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Archivio per la categoria ‘think tank’

Sardegna, le colpe del Pd

17 febbraio 2009

vorrei provare a fare un’analisi del voto disastroso (e siamo a quattro di fila: politiche 2008, sindaco di Roma, elezioni in Abruzzo, ora Sardegna) sull’isola.

Prima considerazione: Grazie Soru. onestamente non si poteva chiedere di più a un candidato che prende più di 4 punti percentuali in più della sua coalizione (giusto per capirci, Cappellacci ha preso 5 punti in meno dei partiti che lo sostenevano). Il candidato era buono, più che buono, ma non è bastato. Questo vale di lezione anche per chi dice che basta il candidato…

Seconda considerazione: parlano i numeri, il Pd è crollato e ha portato con sè Soru. Il pd ha perso voti a sinistra (la sx arcobaleno aveva preso il 3,6% alle politiche di aprile, oggi le quattro liste dell’ex arcobaleno racimolano quasi il 9%: la sinistra, nel suo piccolo, la sua parte l’ha fatta) e a destra (l’udc passa dal 5,6 al 9,4). In totale, il pd perde 12 punti percentuali: come poteva vincere Soru?

A chi mi rimprovera una mancanza di autocritica della mia parte, rispondo che per quanto io possa fare autocritica se il pd perde 12 punti sarà mica colpa della sinistra? Forse è colpa delle politiche che fa il pd. O no? un partito non partito, che non è in grado di prendere una posizione una su nessun tema di quelli affrontati nell’ultimo anno. Vado a memoria: testamento biologico (laicità), modifica del contratto nazionale e rapporto con il sindacato più rappresentativo (lavoro), appartenenza europea (valori e politiche). Un partito che si è astenuto sul federalismo fiscale, si è detto disposto a trattare con un governo che usa la decretazione d’urgenza come una spada per piazzare colpi subdoli e razzisti (vedi l’obbligo di denuncia per i medici che curano clandestini e mi aspetto anche qualcosa dal dl di venerdi prossimo sulla sicurezza), si è accordato per modificare la legge elettorale a suo uso e consumo e a danno della sinistra…

Terza considerazione: quanto vale il pd? non di certo il 33% che ha preso alle politiche, gonfiato dal voto utile che infatti - come dimostra la sardegna - restituisce alla prima occasione utile…

Allora, visto che la situazione è disperata, da elettore di centrosx chiedo ufficialmente al pd di fare il partito di sinistra, costruire blocco sociale, essere opposizione. solo attorno al pd si può costruire l’opposizione a Berlusconi, che è senza ombra di dubbio maggioritario nel paese. A chi si indigna per il voto a Berlusconi rispondo: rispetto per il voto, la colpa è di chi i voti non li prende, non di chi i voti li dà scegliendo la parte che riesce a convincerli di più.

Lorenzo think tank

give PEACE a chance

15 gennaio 2009

L’appello di Moni Ovadia, attore, autore e scrittore ebreo e Ali Rashid, già primo segretario della delegazione palestinese in Italia

Di Moni Ovadia e Ali Rashid

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l’umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione. Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l’agire. Così crescono l’odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l’invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo. Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant’anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po’ di rancore in più e di certezza del diritto in meno.

Noi sappiamo che l’occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l’uso della forza delle armi, ma attraverso l’adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l’avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell’altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione.

Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all’assassinio premeditato, all’annichilimento dell’altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po’ di fiducia reciproca in primo luogo.

Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo passaggio fra l’Europa e la Palestina agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.

L’esito è stato l’incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando - come ebbe a definirla Nelson Mandela - “la questione morale del nostro tempo”.

Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.

Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall’annichilimento dell’avversario.

Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «…quello che è in gioco a Gaza è l’ etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l’ arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l’ entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la “Mezzaluna fertile” del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».

Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia

l’immediato cessate il fuoco e non la beffa delle tre ore;

la fine dell’assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;

l’intervento di una forza di pace internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del ‘67;

l’avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell’ambito di un processo che possa garantire nell’immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;

la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che liberi la sua causa dalle strumentalizzazioni per fini propri che hanno caratterizzato la condotta di alcuni gruppi negli ultimi anni;

l’adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.

Non di meno, in un contesto dove l’interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che - attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste - si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.

In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l’Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.

Per aderire scrivere a paceinpalestina@gmail.com

www.peacereporter.it

Lorenzo think tank

Quella povertà che ci fa paura

12 novembre 2008

Se davvero lo sdegno e la condanna che il mondo politico e istituzionale tutto ha manifestato nell’apprendere la notizia del clochard cui è stato dato fuoco mentre dormiva su una panchina a Rimini è sincero e non rituale, occorre anche che si riconsiderino certe azioni, dichiarazioni e interventi che, io credo, hanno contribuito a innalzare a ben oltre i livelli di guardia la soglia di intolleranza che è presente nella società italiana.

Michele Serra, su Repubblica di oggi, parla di odio verso i deboli, causato inconsciamente da un benessere obbligatorio che ci spinge per riflesso a rendere insopportabile ai nostri occhi la povertà più totale, che non ha decoro nè mai ce l’avrà, che vive ai margini eppure esiste, è presente, ci inquieta.

E, come un filo rosso che collega gli eventi, basta un secondo per mettere in fila ordinanze comunali pensate apposta non per eliminare la povertà, ma per togliere dalla nostra vista i poveri, interventi di polizia municipale mirati ad allontanare queste forme di disturbo alle attività commerciali, sostanziale indifferenza della nostra comunità verso l’esistenza stessa di vite considerate alla stregua di un bubbone da estirpare.

I sindaci di tante città del nord est, emuli del leghista Gentilini, che dichiarano guerra a panchine, scalinate, marciapiedi; situazioni paradossali al limite del ridicolo, come la multa di oltre 742 euro comminata a Bologna ad un clochard reo di bivaccare troppo vicino ad esercizi commerciali; tutto all’insegna del rispetto delle norme stabilite, certo. Ma che contribuiscono e hanno contribuito a far passare un messaggio: allontanare, scacciare, eliminare chi, con la sua stessa presenza, ci ricorda che esiste un mondo diverso da quello delle vetrine e delle luci.

Deve essere successo proprio questo a Rimini. Qualche zelante cittadino ha pensato di riservare ad Andrea, la cui colpa non era quella di dormire su una panchina, ma quella di esistere, la stessa soluzione che nel sud italia viene spesso riservata a quei cassonetti straripanti di immondizia: un pò di benzina, un fiammifero e via. E siamo tutti più sicuri.

Lorenzo italia, think tank

Obama, il sogno e la speranza

5 novembre 2008

Lo vedo, ci credo. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. In pratica, è l’uomo più potente del mondo. Ha collezionato record su record, a partire da quello della raccolta fondi e delle spese per la campagna elettorale. Ha puntato sul cambiamento e sulle nuove generazioni, utilizzando soprattutto quei media che nelle scorse elezioni erano poco più che marginali ma che oggi, nel 2008, sono diventati fondamentali, soprattutto per estendere il mito Obama ben al di là dei confini, pur vasti, degli States.

Sa parlare molto bene. Il suo discorso di ieri a Chicago è stato un altro piccolo capolavoro. E una lezione. Una lezione a chi, spesso giustamente, ha messo in dubbio la relazione USA = la più grande democrazia del mondo. Lo sono. Il figlio di un emigrante Keniota è oggi l’uomo più potente del mondo. In Italia Obama sarebbe in fila davanti alla questura per implorare un permesso di soggiorno… Se non è la terra delle opportunità questa… certo, per un Obama che emerge, ci sono centinaia di migliaia di Jack, Rick, Wallace, Rita, May che non ce la fanno, e affogano. La terra delle opportunità non è la terra delle opportunità per tutti, of course. Ma questo è un altro discorso, e con oggi non c’entra niente. Oggi è stata scritta una pagina dei libri di storia.

E adesso? Adesso che si spengono le luci, per Obama inizia la vera partita.

Cosa dobbiamo aspettarci dal Presidente Obama? Change, of course. Ma occhio alle illusioni. La politica rimane l’arte del possibile, e Barack Obama non può cambiarla. Non ci saranno nuove guerre (forse) ma certo non ci sarà ritiro dall’iraq, o dall’Afghanistan, anzi. Non verrà abolita la pena di morte, pena l’impopolarità perenne (ammesso che Barack sia contrario alla pena di morte)

Pero il cambiamento che Obama può apportare alla società americana e attraverso di essa, al mondo, è grande. E il mezzo esiste già, per quanto difficile da praticare. Si chiama assistenza sanitaria universale. Il piano preparato da Hillary Clinton e che Obama ha assunto come suo è una strada, se non la strada, per il cambiamento. E a spiegarlo basta la nostra esperienza diretta, e un pò di televisione.

Esperienza diretta. Tutti noi sappiamo che in Italia esiste l’assistenza sanitaria universale. Il nostro sistema sanitario, per quanto attaccato, criticato, corrotto, malfunzionante, è uno dei migliori d’Europa e, quindi, del mondo. Non ha il livello di eccellenza di molti ospedali americani, è vero. Ma da noi non si muore se si è sprovvisti di assicurazione sanitaria. Le spese, in pratica, le paga lo Stato. E infatti, le spese per la sanità sono la principale voce nella casella “uscite” di qualsiasi bilancio regionale (in alcuni casi, il 90%). Da qui, la malasanità, la corruzione, gli sprechi. Ma anche tanta efficienza e la certezza che la vita umana è più importante della voce finale di un bilancio.

La televisione. Chi di noi non ha mai visto un serial tv americano ambientato in un ospedale? Cito il mio preferito, Dr House, ma anche Grey’s Anatomy va bene… in ognuno di questi serial c’è un figuro, spesso non medico, che ha diritto di vita e di morte su quasi tutti: il manager ospedaliero. Quello che stila il bilancio, e il bilancio deve essere in attivo, e chissenefrega se uno muore.

Ora, l’assicurazione sanitaria obbligatoria anche in USA può significare solo una cosa: che i soldi li tira fuori Barack, ossia lo stato. Perchè credo che questa riforma sia una possibile rivoluzione? Perchè se va in porto, e se oltre ad essere legge diventa cambiamento culturale, intaccherà profondamente il bilancio degli stati e della nazione. Una nazione dove la principale voce di spesa sono le spese militari…

A me a scuola hanno insegnato la teoria dei vasi comunicanti. A voi?

Lorenzo think tank

gli anni di piombo, il rancore e la memoria

16 ottobre 2008

Sabina Rossa aveva solo 16 anni quando suo padre, Guido Rossa, operaio e sindacalista CGIL, venne ucciso a Genova dalle Brigate Rosse. Uno dei suoi assassini Vincenzo Guagliardo, all’epoca 32 anni, è in carcere da 28 anni. Poco tempo fa, il tribunale di sorveglianza di Genova ha negato a Guagliardo la libertà condizionale e lei, Sabina, si è detta in disaccordo con questa decisione: “I magistrati ci ripensino. Guagliardo l’ho conosciuto, è un uomo ravveduto, che ha pagato il conto con la giustizia”.

Cosa dire? Sabina Rossa è una donna di buon senso che ha saputo tradurre in azioni le parole di De Andrè: “nella pieta’ che non cede al rancore madre ho imparato l’amore”. Il dibattito attualmente in corso sul veto posto da Sarkozy all’estradizione dell’ex brigatista Marina Petrella, anch’essa coinvolta in fatti di sangue, fa spesso riferimento al dolore dei parenti delle vittime.

La cosa su cui credo che siano tutti d’accordo è la condanna assoluta e totale dei metodi con i quali i gruppi politici di estrema destra e di estrema sinistra hanno portato avanti quella che era la loro battaglia contro lo stato. Questa condanna, netta e decisa, si deve palesare nel non far passare come eroi nè tantomeno come maestri quei personaggi - spesso ventenni, o poco più - che si sono resi protagonisti, spesso inconsapevoli - si pensi al caso Mambro-Fioravanti o allo stesso caso Moro: ancora oggi conosciamo esecutori materiali ma non i mandanti - di fatti di sangue di inaccettabile violenza.

Proprio per questo motivo io sono contrario, nettamente contrario a che persone come Mambro, Fioravanti, Curcio o la stessa Petrella (che non ai livelli dei nomi precedenti) parlino in un’università o abbiano una qualche forma di spazio publico garantito.

Altra cosa è ritenere che alcune persone debbano pagare a vita errori gravissimi commessi in un periodo storico iperideologizzato e su cui ancora non si riesce ad avere una memoria storica condivisa. Mi sa tanto di legge del taglione. La mia è una posizione scomoda, lo so, ma è quello che penso.

Lorenzo think tank

Concita e le equivalenze

5 settembre 2008

A fine luglio ho scritto un post su questo blog che è stato oggetto di discussione. Era il periodo della fantomatica intercettazione di Mara Carfagna e della presunta liason tra lei e il signor B. La mia posizione era abbastanza netta: era inaccettabile l’equivalenza “Mara è stata con B. e per questo Mara è ministro”. Inaccettabile, dicevo, soprattutto per le donne è il criterio che veniva utilizzato: donna al potere (magari bella) = amante di qualcuno.

In verità, non ho trovato nei tanti commenti a quell’articolo molta solidarietà con la mia posizione.

Oggi, in Francia, scopriamo che la ministra Rachida Dati è incinta e, non avendo voluto lei rivelare il nome del padre del nascituro, si è scatenata attorno alla notizia tutta quella prudèrie che, evidentemente, non è solo italica. Si è aperto il totopadre, e al ventre tondeggiante della ministra si sono accostati diversi nomi di “papabili”.

Leggo oggi su L’Unità un fondo del nuovo direttore, Concita De Gregorio, sulla questione:

Mi fa impressione vedere sulle prime pagine dei giornali le foto di Jose Maria Aznar (un ex primo ministro belloccio, comunque un uomo dotato di potere oltre che di moglie in carica) associato anzi sovrapposto con indelebile allusione all’immagine del ministro di giustizia francese e del suo ventre rotondo. [...] Poteva esserci chiunque, in quella foto sovrapposta. D’Alema, Schroeder, Putin ma perchè non l’idraulico, il vicino di pianerottolo, l’amico di infanzia. Ecco: perchè non l’idraulico? Ma è ovvio: perchè ogni donna che acceda ad un posto di potere deve essere l’amante di qualcuno. E’ così rassicurante: conferma l’ordine naturale delle cose. Che altro motivo avrebbe avuto il primo ministro di Francia (ehm, concita, Sarkozy è il presidente, ma tant’è - ndr) di nominarla ministro se non per ripagarla dei suoi favori?

Nel suo condivisibile editoriale la De Gregorio di fatto sposa quella che era la mia tesi nell’articolo di luglio. Cambiate Francia con Italia e il gioco è fatto. L’equivalenza donna al potere = amante di qualcuno, è inaccettabile.

Solo una cosa Concita: la cosa vale sempre. Per la pancia di Rachida, come per le labbra di Mara…

Lorenzo italia, segnalazioni, think tank