[...] Una parte di me voleva andarsene e disinteressarsi della faccenda, ma era questa la parte alla quale non davo mai retta.
Poichè, se l'avessi ascoltata, sarei rimasto nella mia città natale e avrei lavorato nel negozio di ferramenta e sposato la figlia del padrone. Avrei avuto cinque figli, avrei letto loro i giornaletti la domenica mattina, prendendoli a sberle quando avessero disubbidito, litigando con la moglie sulla sommetta settimanale da dare a ciascuno di loro per i divertimenti e sui programmi della televisione ai quali potevano assistere. Forse avrei anche conquistato la ricchezza, la ricchezza delle piccole cittadine di provincia… una casa di otto stanze, due automobili nel garage, pollo tutte le domeniche, Selezione sul tavolino del salotto, la moglie nel salotto e io con un cervello tipo sacco-di-cemento.
Sceglietelo voi questo genere di vita, amici. Io preferisco la grande, sordida, sporca, corrotta metropoli. [...]
- Italo Calvino, Lezioni Americane;
- Véronique Olmi, La pioggia non spegne il desiderio;
- Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane;
- Susan Sontag, Sulla Fotografia;
- Hannah Arendt, Vita Activa;
- Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione;
- Bruce Chatwin, In Patagonia;
- Erica Jong, Paura di volare;
Non sarà facile - e non vorrei, con Arendt e Marcuse aver fatto il passo più lungo della gamba, ma spero di riuscire.




1 Response to “Il lungo addio”
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"[...] da Bologna solo per sistemare i bagagli e ripartire immediatamente per la mia Isola. Come l’anno scorso, parto con ..."